Nella triste vicenda che vede coinvolto Alex Schwazer, già campione a Pechino nella 50 km di marcia, a colpire in particolar modo è ciò che lo ha spinto a fare uso, in quasi assoluta autonomia (a quanto dice), di sostanze dopanti.
Cosa può portare un ragazzo di 27 anni, cresciuto in mezzo alla natura del Sudtirolo, che ha praticato atletica in modo pulito per oltre dieci anni, con già una medaglia olimpica in bacheca, ad acquistare e iniettarsi dell’eritropoietina? Com’è possibile che un atleta che per anni ha compiuto innumerevoli sacrifici allenandosi lontano dalla luce dei riflettori, arrivi a tradire la fiducia di allenatore, amici, fidanzata, parenti e tifosi?
Gli anni post trionfo olimpico non sono stati facili per l’atleta altoatesino, con diversi alti e bassi, i risultati che spesso non arrivavano, e un malessere e un’insofferenza sovente espressa per mezzo stampa riguardante le fatiche che la preparazione comportava. Se a questo si aggiunge il fatto che «pratico questo sport non perché mi diverto, ma perché sono bravo e se tutto va bene alla tal gara vado forte», come dichiarato da Schwazer stesso in conferenza stampa, si ha un quadro più chiaro della situazione.
Una situazione in cui il campione italiano si è trovato spalle al muro, sentendosi obbligato a raggiungere determinati risultati e quindi pronto addirittura a ricorrere a mezzi biechi e scorretti pur di ottenerli. Non volendo deludere chi lo circondava, che da lui si aspettava un altro exploit a cinque cerchi, o non volendo forse deludere in primis sé stesso, Schwazer si è trovato in una spirale senza uscita, dove il risultato è diventato un’ossessione vera e propria, dove il podio era l’unica possibilità di sentirsi soddisfatto e compiuto.
Una mentalità, quindi, in cui uno sportivo arriva a sentirsi definito come persona dai risultati che riesce a ottenere, dove l’unico scopo di praticare sport è quello di raggiungere la vittoria. O vinci, o non vali nulla. Ma non solo come marciatore, non vali nulla come uomo, la tua vita non ha senso. È una mentalità che troppo spesso è diffusa nel mondo dello sport, anche (e soprattutto) in Italia, dove il risultato è tutto e tutto è in funzione del risultato. Ecco che allora il gesto sconsiderato di acquistare dell’Epo diventa una banale conseguenza di questa concezione, perché se tu, persona, sei il risultato che ottieni, allora per quel risultato sei pronto a fare carte false, a tradire tutto e tutti.
Non resta allora che sperare che aver scoperto il gioco di Schwazer, aver smascherato la menzogna di fondo (che non è il doping, ma l’ossessione della vittoria) con cui praticava la marcia, a questo punto, possa diventare la sua salvezza, possa liberarlo da quella prigionia che lo sport per lui era diventato, e dargli la possibilità di cominciare davvero una nuova vita. Non da atleta, ma da uomo.





a me impressiona anche la difficoltà del pubblico e dei pubblicisti, che non sanno più cosa (si deve) (fare) pensare.
vinci? ti osanno, semidio: hai vinto tu, quindi ho vinto io (comodo, sul divano).
non vinci più? ti faccio sentire un poveraccio: ti massacri (forse, eh) di allenamenti, ma che ti credi: non sei più me, reprobo.
ti macchi di una colpa grave? ti lincio nella pubblica piazza, così esorcizzo anche la mia incoerenza.
confessi e rompi in un umanissimo pianto? simpatizzo… non so più… sono in difficoltà -vabbè, me la cavo spettacolarizzando.
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la diffusa chiacchiera dell’europeo postmoderno, che non sa neanche più che pretende salvarsi da sé, abituato a sfumare le aporie della ragione nel sentimentalismo, non trova più una posizione intera di fronte alla fallibilità di un uomo eppure alla sua persistente dignità, al suo intatto bisogno di essere amato.
non lo, ma da buon reduce di calciopoli non credo più neanche ai rei confessi. mi puzza troppo tutto quanto di operazione mediatica.