Sarebbe facile cedere alla tentazione di un incipit malizioso. Basterebbe citare il dannato quarto fallo di KD, seguendo il sempre accomodante «chissà cosa sarebbe successo se…?»; o tornare con la mente ad un estate fa, quando la falce di sternopoli è calata perentoria sulla trade che avrebbe sì portato CP3 a LA, ma in giallo-viola (e in fondo saremmo sempre allo stesso punto, maestri nel sentenziare senza controprove). Certo, un pensiero a the decision – scusate The Decision – è più che perdonabile: svendere cuore, talento e cittadinanza per giocare con quelli forti è roba dura da digerire, si ragioni con l’orgoglio tutto afroamericano che impera in NBA o con l’innocenza del ragazzino che vien grande tirando calci al pallone nel campetto dietro casa.

 

Ma stavolta vogliamo essere sinceri, fosse anche solo per rispetto nei confronti delle notti insonni che hanno abbondantemente segnato le ultime settimane (e le occhiaie di molti). Ah, per essere chiari, notti passate a tifare Okla come se abitassimo da sempre in quel puntino in mezzo all’America, che per un attimo ha sognato di essere davvero il centro dell’America.

 

Le cose sono andate nel verso sbagliato, forse anche inatteso: i Thunder hanno perso, e perso male. A vincere quegli altri, i Big Three. A festeggiare la città più tamarra degli States.

 

Ma in fondo, mentre dalle nostre parti già albeggiava e gli uccellini iniziavano a cantare, si faceva strada un sentimento particolare, quasi inconfessabile; e finisce che ti trovi stranamente sollevato, in un certo senso contento.

 

Perché LeBron ce l’ha fatta, finalmente ce l’ha fatta. LeBron, il più grande giocatore del decennio (per stare molto molto cauti), ha vinto l’anello. Sgonfiando il coro dei sapienti, quelli che «beh se fosse così bravo, qualcosa porterebbe a casa». Nove anni è durata la commediola, il teatrino in cui valeva dire tutto e il contrario di tutto, negando l’evidenza di un giocatore superiore ad ogni canone. Scandalizzati perché da liceale attirava folle che non si vedevano da 2000 anni.

 

Ma ora, prima che irosi, euforici, delusi o gaudenti, possiamo solo ammirare. E se non volete ammirare, perché siete haters, perché non ne rispettate le scelte, il modo di porsi, la sua headband, o semplicemente vi infastidisce la sua faccia, beh poco male, perché comunque, l’unica cosa che potete fare è stare a guardare. La Storia ci è passata davanti agli occhi.  Siamo tutti testimoni.

 

Già, WE ARE ALL WITNESSES. Ci avevano visto lungo alla Nike, dove in fatto di commercial sanno fare discretamente bene. Tutto ciò che rimane dopo queste Finals, tutto ciò che resta dopo questa stagione così intensa, tutto ciò che resiste dopo queste 89 partite, è solo una raggelante sensazione di impotenza. Testimoni. Relegati al ruolo di osservatori, spettatori, ammiratori. Il protagonista si è preso il palco, ha lasciato agli altri attori il ruolo di comparse, e ha inscenato uno dei monologhi più stupefacenti a cui potessimo assistere. E noi, abbiamo assistito.

 

È una sensazione complessa da descrivere, ma quello che LeBron James ha mandato in onda sugli schermi di tutto il mondo è semplicemente ineffabile. Il celeberrimo, logoro, abusato, stuprato modo di dire «si è preso ciò che voleva» non ha mai avuto un’incarnazione più impetuosa, ineluttabile, tangibile, concreta, terrestre, e al tempo stessa eterea, distante, irreale. Siamo tutti testimoni.

 

Quei 28 metri di parquet sono stati il suo palco, ci ha danzato, recitato, tuonato, cantato, suonato, e gli altri guardavano, assistevano, sporadicamente si ergevano in complessi duetti, ma poi, alla fine, era sempre e solo lui.

 

Ci siamo divertiti, ne abbiamo scherzato, discusso, e il dubbio martellante sulla incomprensibile finitezza di un giocatore dal talento infinito ci aveva quasi convinto. Terribilmente cretini: è così che LeBron ci ha lasciati, perché la certezza di queste partite è più della soluzione ad un dubbio, più della risposta a qualsiasi domanda.

 

Era umano, troppo umano, e la sua incompiutezza così romantica.

 

Ma quanto è più umano cosi? Un ragazzo che al basket ha dato tutto, che a chi l’ha visto giocare ha dato anche di più, si è permesso qualcosa in cambio. Andando oltre a tutto, oltre a tutti.

 

Il migliore di tutti che vince. Se la Giustizia avesse modo di interessarsi a queste piccolezze, oseremmo dire «è giusto cosi». E se non credete alla giustizia, se pensate che nello sport la meritevolezza non esista, non sia un criterio, e che in fondo nessuno merita più di un altro, di nuovo poco male, perché lui li ha messi in fila tutti.

 

Ce l’hai fatta LeBron. Ma per Dio, quanto fottutamente più affascinante sarebbe stato vedertelo fare per i tuoi fratelli di Cleveland, o da Re di Manhattan?

 

Oggi non ci interessa: l’hai fatto, e siamo tutti testimoni, questa è l’unica cosa che conta.

Chuck 

 twitter@giacomodezotti

Shaq

  twitter@CovaStefano

 

 

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10 Commenti a We are all witnesses

  1. danilo8 scrive:

    come uno dei pochissimi che ha continuato a credere in leBron anche dopo la fischiatissima “Decision” (in fondo a Cleveland non avrebbe potuto fare più di quello che ha fatto, e sarebbe stato un delitto se uno come il Prescelto non avesse potuto vincere neanche un anello quando gente come Horry ne ha ben 7; anche la motivazione “a Cleveland giocava per la sua gente” non regge più di tanto perchè in fondo la sua Akron non è più vicina a Cleveland di quanto lo sia Varese da Milano, e nessun varesotto sentirebbe in fondo di “giocare per la sua gente” se giocasse per milano) non posso che condividere il “sollievo” espresso nell’articolo al pensiero che James ce l’abbia finalmente fatta. Con tutta la simpatia che si può avere per una realtà come Oklahoma, finalmente al re è stato restituito il suo trono.
    ps non male la battuta dei 2000 anni…

  2. C.T. scrive:

    “Scandalizzati perché da liceale attirava folle che non si vedevano da 2000 anni”: meravigliosa citazione.
    Voi raccontate il basket come pochi, è impossibile non accostarvi a Flavio e Federico.

    • Chuck scrive:

      Diamo a Shaq ciò che è di Shaq, la battuta è tutta sua.
      Grazie mille dei complimenti, ma quei due spiegano basket, noi ci accontentiamo da farvi venire voglia di accendere la TV!

  3. Chuck scrive:

    Attenzione, perchè 40 miglia statunitensi non corrispondono esattamente a 50 kilometri italiani. Nè il rapporto cestistico Varese-Milano può essere paragonato a quello Akron-Cleveland, nella maniera più assoluta. Cleveland è l’unica città dell’Ohio dove ha sede una franchigia Nba, quindi sì, LeBron giocava per la sua città, di fatto.

  4. thenextone scrive:

    Articolo meraviglioso, che dice tutto quello che mi passava per la mente in questi giorni su LeBron.
    Incursione tecnica: “Nei primi 7 anni non ho pensato a migliorare il mio gioco; l’anno scorso giocavo per dimostrare qualcosa ai critici. Quest’anno ho giocato a basket con passione” (LBJ). E, aggiungerei io, si è convinto a cambiare modo di giocare e cambiare le scelte nei momenti cruciali. E questo ha fatto tutta la differenza del mondo

    • Shaq scrive:

      Verissimo, diverso nell’atteggiamento e nelle scelte, e non solo a parole. Il dato sugli assist nelle Finals è solo uno dei vari esempi che si possono leggere in tal senso.

  5. nando scrive:

    Succulento il riferimento alle folle di duemila anni fa…

  6. cavalieremascarato scrive:

    Complimenti per l’articolo. Di basket non sono un grande esperto, ma di certo voi fate venire voglia di colmare le lacune. Buffa e Tranquillo stanno cominciando a diventare due santoni eccessivamente osannati e fermi sui soliti schemi, non fate lo stesso errore, continuate a variare e reinventarvi.

    • Shaq scrive:

      No calmi un attimo! I complimenti fan sempre piacere, soprattutto da parte di chi può permettersi il titolo di cavaliere. Però fermati pure qui: Buffa e Tranquillo restano sì due santoni, ma a cui dobbiamo inchinarci ogni volta che pensiamo ad una palla a spicchi.

  7. MelaMarcia scrive:

    Onore a King James !! Dal “David” realizzato in gara 6 delle finali di conference a Boston al modo in cui ha traghettato la sua squadra in tutte le 5 ( pochine eh?!) finali NBA!!
    In tutto questo nn tralascerei l’impatto che ha avuto il ritorno di Bosh, sottolineando che puoi essere il “più forte giocatore del decennio” ma il basket rimane ancora un sublime gioco di squadra.

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