Quando leggerete questo articolo, purtroppo, si sarà già giocata gara 1. Sono ritardatario di natura, qualcuno si giustificava dicendo che «la puntualità è ladra del tempo», io, più semplicemente, mi scuso.

 

I dieci motivi per cui guardare le Finals ve li hanno già detti, e se non bastano, andate su YouTube, scriveteci “LeBron James”, e vedrete che basteranno.

 

“Mbè? Allora tu che scrivi a fare?” direte voi. Scrivo per il ragazzo appena citato, che, come avrete capito, non è proprio uno qualsiasi.

È una delle tipiche storie di ragazzo afroamericano, ovviamente cresciuto in quartieri poveri, ovviamente senza un padre, ovviamente in un posto in cui deviare dalla retta via non era poi così difficile. Solo che, potete immaginare, questa è a lieto fine.

 

LeBron nasce nel 1984 ad Akron, città dell’Ohio di 200 mila abitanti. (Ohio, tenetelo a mente, che poi torna utile). La mamma Gloria ha appena sedici anni, fa lavori saltuari, e avere un tetto sulla testa non è scontato per lei e suo figlio. Così per tutta l’infanzia. Spesso si dorme da amici, e ci si arrangia per mangiare. Poi, un giorno, LeBron ha l’età per entrare nella St. Vincent-St. Mary High School di Akron, e… apriti cielo. Nei primi due anni mette assieme cifre da capogiro (roba da 28 punti, 8 rimbalzi e 6 assistenze ad allacciata di scarpa), porta a casa due titoli statali dell’Ohio (54 punti in finale davanti a 17000 witnesses), due MVP del campionato, e il titolo di Mr. Basketball for Ohio.

 

Da lì in poi cambia tutto. Già, perché quello che ha fatto questo “piccolo” ragazzino non succedeva da 47 anni. Ha il mondo ai piedi, gioca in un liceo, ma 16000 tagliandi per vederlo giocare si vendono che manco a regalarli. E così ci si sposta in palazzetti con una capienza adeguata. Siccome tutto ciò non basta, Sports Illustrated gli dedica una copertina (per chi non lo sapesse, non è proprio roba da chiunque finirci sopra, specialmente se hai ancora i denti da latte) titolandolo: The Chosen One. Basta? Figuriamoci. Prova ad attivare una petizione per entrare in NBA senza finire il liceo, bocciata. Ma l’America lo vuole vedere, vuole vedere coi suoi occhi cosa fa il Prescelto sul parquet. Così ESPN compra i diritti delle dieci partite casalinghe del Liceo di King James (già, nel frattempo infatti il Times si era inventato quest’altro brillante soprannome) e le rivende in pay-per-view a 7.25$. Nike e Adidas si danno battaglia, e alla fine se lo aggiudica la casa americana per 25 milioni di dollari. Sì, venticinque.

 

Occhio però, il bello viene adesso. Perché nella sua season da sophomore LBJ giocò contro la Oak Hill Accademy, la squadra di Carmelo Anthony. Le due più grandi promesse del basket americano giocarono contro, doppia doppia per entrambi, vittoria a Melo 72-66. Su YouTube han contato qualcosa come 1 milione e mezzo di visualizzazioni per sta partitella tra teenagers. Un anno più tardi la rivincita, LeBron torna contro Oak Hill (senza Anthony, che era a vincere l’NCAA con Syracuse), diretta nazionale su ESPN. Share astronomico, da capogiro, siamo ai livelli del comeback di His Airness Micheal Jordan. Scontato dirvi che vada anche ai McDonalds All American (lAllStar Game dei liceali, tanto per capirci).

 

L’NBA ormai lo aspetta da anni, e tutti sanno che, nonostante ci siano giocatori allucinanti come Dwyane Wade, Carmelo Anthony e Chris Bosh, sarà lui la prima scelta assoluta.

 

 

Ohio, ve lo siete ricordati fino a qua? La prima scelta, sorte vuole, è di Cleveland. LeBron torna a casa, giocherà a 40 miglia da dove è cresciuto. Nella lega si ambienta subito, il talento è cristallino, e ci mette poco, ma proprio poco, a diventare dominante. Diventa Rookie of the Year. Piovono AllStar Game e riconoscimenti individuali, la gente lo ama, in campo fa cose che «voi umani non potete neanche immaginare». Il suo stile di gioco è spettacolare, fa una marea di punti, ma col suo talento fa giocare meglio anche i compagni. Il suo ego si gonfia, si fa tatuare “chosen 1” a tutta schiena, si fa chiamare King James, è un predestinato, destinato a vincere, a scrivere la storia del basket. Ma Cleveland non è all’altezza, non ha i compagni giusti, lui non basta. Fa di tutto e di più, e al pieno della maturità porta anche una squadra di scappati di casa a giocarsi le Finals. Le perde nella maniera più dolorosa e fragorosa: 4 a 0.

 

E qui nella sua testa scatta qualcosa, si insinua il dubbio, cominciano le sabbie mobili. Decide che Cleveland non è la squadra giusta, che lì non può riuscirci da solo. Chiama Chris Bosh, e Dwyane Wade, e compie il crimine che l’America non gli perdonerà mai. Lui, LeBron James, il predestinato, il prescelto, il re, il nuovo Jordan, si accorda con altre due Star per giocare insieme a Miami. Proclama la sua decisione in diretta nazionale, e mentre tutti si aspettano la scelta romantica (il rinnovo a Cleveland, la redenzione dei Clippers, la casa di Jordan a Chicago, la mecca del basket a New York), lui annuncia «Ill take my talents to south beach and join the Miami Heat».

 

La presentazione dei Big-Three a Miami farebbe impallidire pure Freddy Mercury. È uno show psichedelico, dove si sprecano affronti nigga-style, video celebrativi, fumi aritificiali e fuochi d’artificio. Poi James prende il microfono, e nella calma piatta annuncia alla folla in trepidazione che loro sono lì per vincere titoli. Già, titoli, al plurale, perché loro ne vinceranno «not one, not two, not three, not four, not five, not six, not seven» (e ogni riferimento ai sei titoli di MJ non è puramente casuale, è fottutamento voluto). Solo che, al primo tentativo, tutto va storto. E nel modo che in America più pesa: LeBron James sbaglia quando conta. Domina in lungo e in largo, e poi, quando c’è da mettere il canestro per vincere, quando c’è da caricarsi il destino sulle spalle, diventa neve al sole. E l’America non perdona, l’America gode.

 

Siamo al secondo tentativo, Miami anno secondo, ne sono successe di ogni, e il clutch time è diventato davvero un tabù. Ma adesso stiamo per leggere le pagine decisive di quello che è uno dei libri più romantici che lo sport ci abbia mai consegnato: la storia di LeBron James.

 

Spero di avervi dato un motivo per guardare una partita delle Finals, anzi, non solo una: not one, not two, not three, not four

 

P.S. per par condicio, magari ci scappa che tenti di raccontare anche quella di KD, prima o poi.

 

Chuck

twitter@giacomodezotti

 

 

LeBron James alla St. Vincent-St. Mary High School di Akron,

12 Responses to La vera storia di “The Chosen One”

  1. Gigi scrive:

    tutto ciò che posso dire è not one, not two, not three…volte, fantastico

  2. MelaMarcia scrive:

    Bella Chuck!e bell’articolo..
    tutto vero, dall’american dream alla gogna mediatica! Rimane il rispetto per Le Bron, per uno che , citando il Maestro F.Buffa, “è un giocatore avanti 20-30 anni, come Chamberlain cinquant’anni fa”. Scrive uno che ha passato le 7 gare della finale di eastern conference con la canotta di Pierce addosso, sperando in un finale hollywoodiano all’american airlines arena. Non è andata, ma odiare un giocatore così significa odiare la pallacanestro contemporanea.

  3. Shaq scrive:

    Occhio collega, ché mentre tu spendi parole – splendide eh, chapeau – magari quell’altro (lo smilzo col 35, evidente) scrive la storia…

  4. Chuck scrive:

    E allora scriverò anche la sua, di storia…
    Intanto ce li guardiamo entrambi giocare, che resta la cosa migliore in assoluto.

  5. Shaq scrive:

    Quella la scriviamo assieme fra qualche giorno: chissà che ci sia un anellino a dare un po’ di tono in più…

  6. thenextone scrive:

    Ragazzi, se questo vince il primo, poi can’t stop the rain…

  7. Vitellozzo scrive:

    L’incipit sembra l’inizio di una puntata di Blu Notte. Per fortuna poi tratti di basket e non di misteri italiani.
    Quest’articolo è la trascrizione della tua risposta di qualche giorno fa quando, camminando per le vie della City, ti chiesi di LBJ. Mi considero la tua musa ispiratrice.

  8. danilo8 scrive:

    quasi tutti conoscono solo il lato di icona dello sport del Prescelto, complimenti a Chuck per averne descritto (bene) anche la storia umana

  9. brother_steve scrive:

    …bella e appassionante, la storia! fortissimo lui… ma non è che la storia sia stata proprio il punto di partenza per un eccessivo amor proprio? Non mi piace LeBron: non parlo di fisico, stratosferico, non parlo del controllo che ne ha, credo irripetibile nelle prossime ere, non parlo neanche della tecnica che trasuda dai pori; non mi piace perchè è il tipico personaggio costruito ad hoc…come fai a lanciare un diciassettene alla ribalta dei media?! avete visto la sua faccia quando ha perso gara6 l’anno scorso con i Mavs (grazie ragazzi, che bel regalo!!)?! la faccia di un uomo nato per vincere, perchè qualcuno gli ripete insistentemente che è così, e che tuttavia non riesce ad essere decisivo, distrutto psicologicamente dal fatto di non essere all’altezza di un se stesso più forte, per ora…forse, aldilà della storia umana di LeBron, spropositatamente difficile come tantissime storie American-NBA, quello che manca al “”"Re”"” è proprio un po’ di umanità in campo. Pieno di sè, spocchioso, senza nemici naturali (guardate che fischi e non-fischi a suo favore raggiungono spesso apici raccapriccianti!non parlo di flopper-Wade, mito crollato in quest’anno!), riempito di convinzioni non sue, incapace, alla fine, di fare quello sforzo geniale in più, fuori dagli schemi, che porta a casa la partita!
    è fortissimo LeBron, chi ama il basket non può non entusiasmarsi davanti a certi suoi movimenti (quelli, beninteso, dove non fa 4 passi, perchè quelli col basket c’entrano poco e niente!). Ma se gli mancasse quel briciolo di originalità per trovare lo spiraglio e mettersi l’anello al dito? Io continuo a dirlo in questi giorni: se non è questo l’anno di Miami (OKC è forte ma troppo immatura…e cmq moooooooolto più bella da vedere, come squadra, nel 99% delle situazioni) possiamo gridare a uno dei più grandi flop della storia. Anche quest’anno, finora almeno e speriamo che il trend non cambi, palla a Lebron nel quarto periodo significa isolamento e tantissimi errori pesanti (salvo essere salvati da una RIDICOLA tripla a tabellone di Battier….)
    Attento King James, perchè se lasci troppo spazio a quel timidino-bravo ragazzo di Durant quello la lega se la prende, umile e “originale” com’è, e la lascia tra una decina d’anni.
    Buone Finals a tutti…sperando di poter vedere un po’ più basket di quello visto in gara2!!! #ThunderUp

    • Chuck scrive:

      Neanche io sono un amante di LeBron. Hai detto tante cose su di lui, alcune condivisibili, altre eccessive, altre riduttive. Sul lato tecnico potremmo parlare per ore, e molte delle tue considerazioni semplicemente non tengono conto del tipo di giocatore che è. Ma questo è un giocatore destinato a far discutere, nel bene o nel male.
      Semplicemente questo articolo, per una volta, voleva uscire da questa intricata giungla di macchinazioni, per provare a mettere un focus su un ragazzo e sulla sua storia: la storia di un uomo che combatte col suo impressionante talento naturale e tutto ciò che esso ha generato, e semplicemente cerca di realizzare i propri sogni.

      • The Captain And The Truth scrive:

        Eh dai Chuck non ti esimere! Rispondi un po’ a al brother_steve! Io sottoscrivo quasi tutto, voglio sentire te cosa dici in merito almeno ad alcuni dei temi sollevati

        • Chuck scrive:

          Allora ci provo. Anche se ribadisco che l’idea dell’articolo era, per una volta, uscire da questi temi.
          Partiamo col dire che non amo LeBron. Per la cultura americana e la storia dell’NBA, la “decision” l’ha macchiato indelebilmente. E dato che uno dei motivi per cui mi sono innamorato di questo sport è la cultura che ci sta sotto (che è quella terrena, di strada, che arriva dalle viscere degli Stati Uniti), quella scelta proprio è incomprensibile. Molto più degli atteggiamenti da “sono il re”, o “u cant beat me”, che sono figli della cultura hip-hop (e in parte si possono anche comprendere e apprezzare), perchè quel trasferimento cambia l’idea che i grandi campioni hanno sempre coltivato in NBA: io vinco con la mia squadra.
          Detto questo, tutto ciò determina che sia trattato in maniera diversa, e che sia molto più facile vedere i suoi difetti e rinfacciarglieli, piuttosto che vedere il giocatore complessivo.
          1) LeBron non tiene la palla in mano più delle altre superstar. Non la tiene più di Anthony, non la tiene più di Wade, non la tiene più di Bryant, non la tiene più di Nowitzki. Con la grande differenza che James, per tendenze e capacità, è molto più creatore di gioco dei sopra citati. Eppure non mi pare che questo nell’NBA sia mai stato un problema. Perchè si dicono tante cose belle: il gioco, il sistema offensivo, il sistema difensivo, i set offensivi, gli schemi, i principi. Ma, da quando esiste questo sport, nei momenti decisivi della partita (che non sono necessariamente quelli finali) la palla finisce in mano a quei giocatori lì, che si inventano qualcosa. Ovviamente non è così semplice, conta come gliela metti in mano e cosa succede dopo che ce l’ha in mano (e questa è più responsabilità di Spoelstra che di LeBron), però che un giocatore di elite come questi ce l’abbia in mano, nella storia di questo gioco, non è mai stato un problema. Anzi.
          2) Lui è un protetto della lega, è palese. I fischi sono quello che sono. Eppure nessuno si è stracciato le vesti sui fischi a Kobe di qualche anno fa. Anche io mi sono incazzato nella serie con NY, ma l’NBA è questa. Prendere o lasciare. Le superstar sono tutelate.
          3) Inutile crogiolarsi nei ricordi del basket old school. Quello della vecchia rivalità NY-Miami, o LA-Boston. Il basket old school, quello duro, quello delle risse da saloon, non esiste più. Ad essere onesto io non l’ho manco mai vissuto, ero troppo piccolo, non c’era Sky ma TMC, non c’era la banda larga, e del basket manco mi fregava. Quindi amen, è un pezzo di storia che se n’è andato ormai.
          4) LeBron è arrogante fuori dal campo, tanto quanto lo è in campo negli atteggiamenti verso avversari e zebre. Però tante cose di lui non si dicono. Non si dice che sia grande amico di Durant e che si allenino insieme (si preferisce vederli come Anticristo vs Redentore, troppo comodo). Non si dice che dopo aver battuto i Celtics in gara 7 sia andato da Doc Rivers, che era in lacrime, e gli abbia detto “Ti rispetto davvero per quello che fai. E vi rispetto davvero per quello che fate. Sappilo, vi rispetto”. Cosa sia la parola “respect” per loro, manco ve lo sto a spiegare. E nemmeno si dice che in campo sia uno che si fida degli altri, e se ha il compagno libero per il suo tiro preferito, non esita a servirlo, spesso con tempi perfetti, mettendolo in ritmo. Cosa davvero pregevole, e che molte altre star blasonate non fanno.
          5) Bisogna prendere atto del giocatore che è, e del fatto che non sia semplicemente “uno che si caga sotto”. Perchè le cose sono molto, ma molto più complesse di così. Cominciamo col dire che ormai lo marcano in single coverage, perchè la da via troppo bene quella palla. E diciamo anche che, è palese, la pressione offusca la sua capacità di lettura. Però bisogna anche dire che è l’uomo su cui si regge la difesa di Miami, oltre che l’attacco. Ditemi un’altra superstar che ha vinto l’anello caricandosi sulle spalle 48 minuti di attacco e 48 minuti di difesa, solo una. Non esiste. Questo contribuisce a togliergli la lucidità. Non si dice mai, e non capisco perchè, che il suo tiro non è così solido. Non ha un buon rilascio, non ha una buona meccanica, non ha un jumper o un tiro da 3 affidabile. Questo per un difensore è un vantaggio enorme, specialmente nei finali. Attacca benissimo il ferro, in post è immarcabile, la passa come un play. Ma tira male i liberi, non ha un “suo” tiro che mette sempre, ed è altalenante lontano da canestro. Fateci caso, se è in giornata dalla media-lunga distanza, a giocarsi il quarto quarto nemmeno ci si arriva. Va sopra di 20 punti, è matematico, diventa realmente immarcabile. Gara 6 con Boston dovrebbe chiarirvi il concetto.

          Ovviamente ci sono tante altre cose da dire su di lui, e in parte brother_steve, come dicevo, hai ragione. Però di lui si tende a vedere solo “the dark side of the moon”, dimenticandosi che ce n’è anche un altro.

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