Si può sintetizzare così l’edizione 2012. Nessuno infatti alla partenza avrebbe potuto pronosticare un simile podio.
Hesjedal, dopo un buon recente passato da biker, era passato prof. nel 2004, raccogliendo da professionista come miglior risultato un sesto posto nella classifica finale de Tour de France: certo un buon corridore ma non chiaramente non inserito tra i favoriti per la vittoria finale. Rodriguez era conosciuto, almeno fino a questo Giro, per la sua esplosività nelle brevi salite che gli permette di essere sempre protagonista nelle classiche; ora lo è anche per la capacità di resistere a tre settimane di corse e salite con un dislivello molto impegnativo. De Gendt invece era considerato alla partenza come un giovane di belle speranze: con il terzo posto ha dimostrato di essere già maturo per le corse a tappe e ha ancora ampi margini di miglioramento data la giovane età.
Trovare una spiegazione al perché siano saliti sul podio tre corridori che non godevano gli iniziali favori dei pronostici è abbastanza semplice: non sono mai stati attaccati seriamente. È doloroso scriverlo ma sono mancate le gambe e le forze a quelli che erano i più attesi protagonisti; in particolare ad Ivan Basso e Michele Scarponi.
A dire il vero il capitano della Lampre è stato uno dei pochi corridori a provarci, ma senza riuscire a mandare in difficoltà gli avversari. Basso invece, dopo essersi difeso nelle prime due settimane grazie all’ottimo lavoro di squadra, è mancato nelle tappe finali, quelle da lui più attese dove poteva far valere le sue qualità di resistenza e la grande capacità di recupero. La strada quando sale gli era sempre stata amica, stavolta lo ha tradito e respinto.
Al Giro è mancato così l’apporto di un corridore che poteva fare la differenza e anche lo spettacolo ne ha risentito. Non è stato certamente un giro emozionante: ha prevalso infatti tra tutti i big della classifica, nel corso delle tre settimane di corsa, una spasmodica attesa per le due impegnative tappe di montagna poste nel finale del giro, per cui si è corso al risparmio, tenendo le forze per il finale. Ma questa tattica attendista ha giocato a favore della sorpresa di questa edizione, il canadese Hesjedal, probabilmente mai tenuto neanche in grande considerazione dai big della generale almeno fino alla tappa di Cortina. Vi erano infatti state in precedenza alcune occasioni per mandarlo in crisi, come in occasione della vittoria di Pozzovivo a Lago Laceno, dove il canadese era in chiara difficoltà lungo la salita finale, ma l’occasione non è stata sfruttata da nessun corridore.
Con questo non si vuole dire che Hesjdal non abbia meritato di vincere, poiché la risposta a Scarponi sull’Alpe di Pampeago e la strenua difesa del vantaggio su De Gendt nella lunga e spettacolare ascesa sul passo dello Stelvio danno merito alla rosa finale.
Dalla classifica finale, come detto, esce un nome nuovo da tenere in considerazione per le corse a tappe, quello di Thomas De Gendt. Il ciclista belga è salito sul podio non a caso: l’attacco sul Mortirolo e la successiva scalata sul passo dello Stelvio erano stati studiati e preparati. Pure lui ha fatto la corsa sulla penultima frazione del giro, però a differenza di altri è stato l’unico in grado di riaprire il Giro. Questo basta per dimostrare che il giovane corridore, classe 1986, della Vacansoleil, non è solo una meteora, soprattutto se riuscirà a migliorarsi ancora in salita senza perdere però esplosività a crono.
Infine una menzione va all’ottima prova di Rodriguez. Il corridore spagnolo della Katusha ha corso la sua miglior corsa a tappe da quando è professionista, ma l’amarezza per un Giro perso a crono e che avrebbe vinto se in tutte le tappe fossero stati presenti gli abbuoni è tanta. L’iberico deve tuttavia guardare ai progressi fatti per quanto riguarda la tenuta su tre settimane di corsa, che lo renderanno sicuramente protagonista alla prossima Vuelta che presenta un percorso ricco di salite.




