Non succede, ma se succede…
Quanto è bello raccontare delle favole già di per sé meravigliose che attendono solo di finire nel sublime. Ecco quella della Bennet Cantù ha tutte le carte in regola per essere etichettata come una bellissima favola dal finale lieto, fantastico o straordinario, sicuramente positivo.
“Destinazione paradiso”, cantava Gianluca Grignani, è il grido che idealmente emerge dai cuori dei 6133 spettatori che hanno riempito il Pala Desio giovedì sera. Dopotutto hanno battuto, per non dire surclassato, il Maccabi Tel Aviv, una delle quattro squadre più forti d’Europa. L’esultanza è legittima; come 30 anni fa la piccola e bella Cantù batte la terrificante marea gialloblù degli israeliani.
Ma la partita di giovedì sera è il coronamento di un percorso che neanche un grande libro o un grande film potrebbero descrivere mai. Un percorso iniziato nella stagione 2000-01 sotto la guida dell’instancabile Stefano “Pino” Sacripanti e portato a compimento da Andrea Trinchieri.
La storia di una squadra di una piccola cittadina brianzola, con un nome che sà di leggenda nel mondo della palla a spicchi. La filosofia del team canturino in questi anni si rifaceva ad un nome: Bruno Arrigoni, il grande direttore sportivo che in questi ultimi anni ha portato al Pianella (la vera Casa dei biancoblù) giocatori sconosciuti, acquistati a costi irrisori e poi rivenduti come stelle a cifre molto elevate.
Perché Cantù è spesso stato un trampolino di lancio per giocatori di spessore ancora acerbi per il grande basket europeo, Schortsianitis e Kaukenas su tutti. Era un po’ il contrappasso del tifoso canturino, “costretto” ad affezionarsi per un anno a un giocatore che in Italia poteva fare la differenza per poi vederselo portare via dalla grande squadra di turno e dover ricominciare a ottobre il tutto. Sempre daccapo, fino all’arrivo del Trinchia. Per due anni consecutivi coach dell’anno in serie A (cosa non molto semplice se si pensa che nel frattempo dominava la corazzata Mens Sana con Pianigiani), il mister milanese è stato subito chiaro: il punto di partenza, visto il ridotto budget, dev’essere il gruppo. E gruppo fu. Intorno al Cardinale Mazzarino si forma un quintetto eccezionale che arriva in due anni alle finali scudetto, dove mette in difficoltà la favolosa Siena, ottenendo la qualificazione all’Eurolega.
L’avventura 2011-12 dei brianzoli è una grande dicotomia: difficoltosa in campionato, ma esaltante in Europa, dove vengono presi scalpi importanti come Olympiakos e Caja Laboral.
In terra straniera vengono fuori tutta la grinta dei vari Mark’oishvili e Cinciarini, ma è soprattutto il cuore della squadra brianzola a fare la differenza, quello non lo si compra a suon di milioni. A differenza di altre squadra italiane (non facciamo nomi) costruite con tanti soldi per vincere, Cantù va oltre le più rosee aspettative, ma nessuno ne parla veramente. Anche all’interno della nostra redazione gli esperti di basket non ci credono veramente, si parla di caso, fortuna.














4 Commenti
ritengo questo articolo decisamente sentimentale e inutile, non sportivo… ciao caro amico, impara da rampi!
Le ripetizioni in questo articolo sono eccessive. Magia favole e la parola fine! Comprare a coghi uno Zanichelli
caro giovanni se secondo te lo sport è fatto solo di tecnica e utilità allora ti manca ancora molto per poterti definire un vero sportivo, perchè la tecnica si può imparare ma il cuore o ce l’hai o non lo avrai mai