Dopo un lungo periodo buio il Borussia Mönchengladbach, grande decaduta del calcio tedesco, è tornata ai vertici del campionato.
Nel cuore pulsante dell’economia tedesca, dove il Reno attraversa l’Europa, c’è una cittadina industriale tedesca che ha la peculiarità di avere un nome impronunciabile: Mönchengladbach. Molti si staranno chiedendo che interesse può avere una località di cui pochissimi hanno sentito parlare, eppure è qui che troviamo il terzo polo calcistico tedesco, dopo le ben più famose Monaco e Dortmund.
Nel 1900 nacque il Borussia Verein für Leibesübungen 1900 e. V. Mönchengladbach, che non era uno scioglilingua tedesco ma una società sportiva, meglio nota con l’abbreviativo Borussia Mönchengladbach. La squadra militò per molti anni nelle serie regionali, arrivando solo nel 1950 al raggiungimento dell’Oberliga Ovest, massimo campionato nazionale del tempo. Con alterne fortune, il primo trofeo giunse nel ’60 quando la compagine in maglia bianca vinse la Coppa di Germania. Ma il bello doveva ancora venire.
Nel 1965 arrivò la tanto agognata promozione nella giovane Bundesliga, e la società prese la sua fisionomia definitiva, che tuttora la contraddistingue e ha fatto scuola. Sotto la guida di Hennes Weisweiler, una sorta di Zeman ante-litteram, la squadra iniziò a mostrare un gioco veloce e spregiudicato votato all’attacco, unendolo a quella che oggi possiamo definire la “Linea Pozzo”: investire sui giovani. Questo mix permise alla squadra di dominare, insieme al Bayern, la scena nazionale ed europea per tutti gli anni Settanta.
Netzer, Heynckes, Vogts e il Pallone d’oro Simonsen (unico nella storia della squadra) divennero la Fohlen-Elf, la Squadra dei Puledri, e raccolsero diversi successi. Grazie ai cinque campionati conquistati, impreziositi da due Coppe di Germania, la squadra ottenne le due stelle che a tutt’oggi la rendono compagna del Dortmund e seconda solo al Bayer, che ne ha quattro. In campo internazionale, i Puledri impressionarono l’Europa con ottime prestazioni, come la Partita della Lattina (dove surclassarono l’Inter per sette a uno, ma l’incontro fu annullato a causa di una lattina che colpì Boninsegna), conquistando ben due Coppe UEFA. Terminato questo periodo d’oro, la squadra iniziò un lento declino, interrotto da pochi acuti, che la portò alla scioccante retrocessione del 1999 dopo trentaquattro anni di militanza nella massima serie. In questi anni tuttavia la squadra non smise mai di offrire un gioco divertente e di scoprire giovani stelle, anche se spesso si ritrovò a perderli a causa del potere economico delle altre compagini (clamoroso è il caso dell’odiato Lothar Matthäus).
Oggi, però, i tifosi possono soltanto gioire perché le maglie bianche stanno ancora una volta stupendo il continente. Sotto la guida di Favre, allenatore meno spregiudicato ma più tattico di Weisweiler, e grazie all’entusiasmo dei suoi giovani, trascinati da uno straripante Marco Reus, il M’Gladbach ha ritrovato il suo gioco e i risultati raggiungendo le prime posizioni del campionato. La carica dei Puledri, spinta dall’entusiasmo, non sembra intenzionata a fermarsi e continua a offrire magnifiche prestazioni spesso coronate da una cascata di goal (come le cinque reti rifilate al Werder). Il traguardo però è ancora lontano, e l’esperienza delle avversarie potrebbe essere un fatale ostacolo alla cavalcata.
In un calcio dove la fisicità e la velocità la fanno da padrone, dubito che i Fohlen possano competere sulle lunghe distanze con avversarie dotate di rose più complete; un ulteriore ostacolo è dato dalla storica debolezza economica del club che non permette grandi acquisti e favorisce la fuga dei suoi gioielli (molte squadre hanno già sul loro taccuino il nome di Reus). Basterà la fame della gioventù oppure avrà ragione la maggiore qualità comprata a suon di milioni?
Matteo Arosio





Bell’articolo, storia completa e approfondita, bravo!
Sono d’accordo sopratutto con l’analisi finale, in effetti il grande exploit di questa rediviva nonchè gloriosa squadra tedesca mi ricorda il recentissimo girone d’andata del Mainz, scorso anno, oppure del Hoffenheim dello strepitoso Ibisevic d qualche anno fa: belle squadre, grande entusiasmo ma successi zero!
Da segnalare a mio parere, oltre al fenomenale Reus (deve ancora dimostrare molto ma diciamo che i numeri li ha davvero!) anche Arango, capitano venezuelano e Ivan de Camargo: non certo fenomeni, ma certamente giocatori affidabili.