È Silva l’architetto del City

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  • Cosa può c’entrare Leonardo DiCaprio con un articolo sportivo, per di più riguardante un elogio sperticato ad un giovane calciatore? Beh, avete presente Inception, lo straordinario ed eclettico film di Christopher Nolan? Ebbene, il ruolo fondamentale, senza il quale sarebbe impossibile creare e immaginare i vari livelli dei sogni, è quello dell’architetto, così viene definito, ovvero colui in grado di porre le basi e far funzionare alla perfezione la realtà onirica. Leo DiCaprio è per l’appunto l’architetto (assieme ad una straordinaria Ellen Page) dei sogni, quel ruolo che, usando una  trasposizione metaforico-calcistica, si adatta perfettamente ai panni (minuti) del venticinquenne nativo di Gran Canaria, quel David Silva che infiamma le platee britanniche e non, con la casacca sky blue della Manchester non fergusoniana.

    The little Silva, come scrivono alcuni giornalisti d’oltre manica, sta dimostrando partita dopo partita non solo di meritare la fiducia incondizionata di Mancini – che non si priva del piccolo folletto neanche nelle partitelle di fine allenamento, sempre in squadra con il Mancio dal ciuffo brizzolato – ma sostanzialmente costituisce il vero fulcro del gioco del City. È il perno da cui gravitano tutti i palloni importanti, con quella capacità di non perdere mai la bussola del gioco, orientata sempre al passaggio geniale perché più semplice e all’assist illuminante che consegna ad un qualsiasi compagno, dal terzino Richards fino all’eclettico e funambolico Aguero, palloni che solitamente chiedono giusto di essere appoggiati in porta. I Media britannici si stanno accorgendo della grandezza e dell’importanza che questo piccolo architetto del centrocampo dei citizens incarna da un anno e mezzo a questa parte, anche se in ambito internazionale ci si sofferma ad un livello molto superficiale; si celebrano, magari anche giustamente, players del calibro di Balotelli, Dzeko, Aguero, senza però aver mai visto un match giocato al City of Manchester, in cui ci si sarebbe resi conto che il vero segreto del predominio degli Sky Blue di questo inizio sfolgorante di stagione (quantomeno in Premier) si cela tutto nel metro e sessantanove di sapienza e maestria calcistica del nativo di Arguineguin.

    In patria lo chiamavano el Chino – sì, proprio come l’uruguagio eterno incompiuto che i tifosi interisti ricordano molto bene, giocatore che avrebbe forse raccolto di più se avesse avuto un briciolo di continuità e un piede destro utilizzabile non solo per i pedali delle sue fiammanti auto – per via dei suoi occhi di evidenti origini asiatiche (la mamma Eva ha discendenze nipponiche). Gli abitanti di quel piccolo villaggio di pescatori oggi si sgranano gli occhi a vedere i progressi che il giovane David  sta ottenendo in nazionale e nel City, quello stesso ragazzo che Vicente del Bosque, all’epoca selezionatore e talent scout del Real Madrid, visionandolo all’età di 14 anni disse: «molto bravo, ma con quel fisico lì pensa veramente di poter anche solo entrare al Bernabeu?». Venne quindi “gentilmente” scartato, approdando alle giovanili del Valencia dove, dopo due prestiti in giro per la Spagna, tornò nel 2006, dando origine alla prova generale del gioco tic-toc, tanto in voga oggi col Barҁa dei fenomeni. Solo a 20 anni Silva era infatti già lo snodo di tutte le azioni del Valencia, in un centrocampo di puffesca memoria, dato che superare il metro e settanta sembrava quasi un insulto a sua maestà la Corona spagnola: da Vicente a Pablo Hernandez, passando per Angulo, Villa, Joaquin e ovviamente Silva, fecero sognare per un paio di stagioni i tifosi valenciani, convinti di poter competere col duopolio totalitario dell’eterno asse Madrid – Barcellona. Il sogno non si avverrò propriamente, ma le doti del duo-spettacolo Villa e Silva non poterono non essere notate, ed infatti dopo tenui resistenze la società valenciana dovette, anche perché fortemente indebitata, cedere i due micro gioielli, el guaye al Barcellona a sostituire l’eterno ragazzo in cerca di assegni più cospicui (Z. Ibra), e per l’appunto il piccolo numero 21 alla corte azzurra di Mister Mancio.

    Con quella sua straordinaria capacità di mantenere la sfera sempre incollata ai piedi, e con una visione di gioco degna di Xavi o Pirlo (scherzi del destino, un altro numero 21 per anni definito l’architetto del centrocampo milanista), David Josuè Jimenez Silva identifica perfettamente la generazione di fenomeni che la Spagna continua a sfornare, piccolo, rapido, svelto e con doti da tuttofare, in poche parole il giocatore a cui affidare la palla in ogni momento della partita, sapendo che ogni giocata e invenzione diventano mattoni con i quali costruire ambiziosi e costruttivi sogni per i tifosi.

    Il “piccolo” architetto è solo all’inizio di una grande opera, ma già si intravedono le splendide basi per i successi a venire dei Citizens, ormai da troppi anni mancanti di vittorie prestigiose.

    Niccolò Magnani



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    3 Commenti

    1. In Dalglish we trust says:

      “ormai da troppi anni mancanti di vittorie prestigiose”?
      Da quando?
      Prima delle gestioni Shinawatra e Mansur, il club aveva vinto 4 FA Cup (l’ultima nel ’56 – Cinquantasei), 1 Coppa delle Coppe (’70 – Settanta), due campionati (l’ultimo nel ’67-’68) e due Coppe d’Inghilterra (l’ultima nel ’76). Insomma, tolti gli anni di Mercer (fine Sessanta – inizio Settanta), quando peraltro erano altre le squadre a dominare in Inghilterra e in Europa (il Liverpool di Shankly, il Leeds di Don Revie, lo United di Matt Busby), non è che il Manchester City abbia questa particolare tradizione da big team…
      Certo, quel che è stato vinto è sempre motivo d’orgoglio, sia 1 titolo o siano 100 (a Verona ne sanno qualcosa), ma da qui ad augurarsi che per i Citizens tornino tempi che non sono mai esisti…
      Insomma, credo che quel che si sta iniziando a costruire intorno all’Etihad Stadium (bel nome, sembrava difficile fare peggio di “City of Manchester Stadium”, ma ci sono riusciti!) sia qualcosa che non ha paragoni nell’intera storia di questa società, non un semplice ritorno a fasti di un tempo!

      Comunque bell’articolo, credo che quest’anno sia decisivo per capire se Silva possa veramente diventare IL trascinatore di questa squadra. Io una riserva me la tengo ancora!

    2. thenextone says:

      Bravo, bell’articolo. A mio avviso gli manca ancora un po’ di personalità per prendere per mano la squadra in Europa (vedi Napoli). In ogni caso, onore alla perla su Recoba

    3. verbavolantia says:

      “cosa può *centrare* Leonardo di Caprio con un articolo sportivo?”
      Non so… il cestino della carta straccia?

      (con pedanteria benevola)

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